Recensione – Kong: Skull Island

Lo scopo di Jordan Vogt-Roberts è di divertirsi e far divertire il pubblico. Il suo film Kong: Skull Island non è solo uno spettacolo ma una vera e propria attrazione dal quale si è facilmente affascinati. Gli spettatori si trovano ad assistere a un vero e proprio concerto audiovisivo, una cascata di colori, suoni e movimenti che avvolgono e fanno provare un'esperienza unica.

I motivi che portano il regista a dare vita al film su Kong più forte che si sia mai visto, lasciando la parentesi psicologica, non trovando New York, mentre verrà solo accennato l'amore per la ragazza indifesa, per renderlo così ancora più feroce e minaccioso di sempre.

Tutte le premesse per essere un gran film d’intrattenimento ci sono e per fortuna Vogt-Roberts veste panni per dirigere un ruolo che rispecchi queste caratteristiche. Armi, musica rock, fumogeni, lucertoloni e teschi: tutto questo al servizio di un film grandioso e pazzesco. In periodi come questo, in cui il settore cinematografico è sempre alla ricerca di qualcosa di "diverso", Kong: Skull Island si incastra perfettamente all’interno di tale necessità.

I personaggi (in primis il Preston Packard di Samuel L. Jackson) sono assolutamente segnati dalla guerra, non tanto per assecondarne una visione critica contemporanea sulle atrocità che appartiene al passato, quanto più per poter giustificare la costante sete di sangue, la rabbia interiore, che li porta a vedere nel gorilla un forte nemico da uccidere, costi quel che costi incrementando così lo show pirotecnico per la felicità dello spettatore.

Nel film non c’è traccia di una rilettura del mito del passato, di un suo aggiornamento. Si nota solo, meraviglia, divertimento. Uno spettacolo visivo in cui c'è solo il semplice invito ad uscire di casa per andare in sala a godere della maestosità di Kong.

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